Memorie-2018

 

 

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DA ROMA ALLA TERZA ROMA

XXXV SEMINARIO INTERNAZIONALE DI STUDI STORICI

Campidoglio, 21-22 aprile 2015

 

 

ROBERTOUMBERTO ROBERTO

Università Europea di Roma

 

TRANSLATIO STUDII:

LA VISIONE ECUMENICA DI GIULIO AFRICANO, CITTADINO ROMANO

DI GERUSALEMME (221 D.C.)

 

 

SOMMARIO: 1. L’identità romana della colonia Aelia Capitolina. – 2. Giulio Africano: cittadino romano e cristiano. – 3. I fondamenti dell’ecumenismo: unità del genere umano e origine della civiltà. – 4. Da Atene a Gerusalemme: contro il primato culturale dei Greci.

 

 

Sesto Giulio Africano, cittadino romano nato a Aelia Capitolina nella seconda metà del regno di Marco Aurelio (tra 170 e 180), fu uomo di cultura di lingua greca, esponente della Seconda sofistica e seguace della fede cristiana. Un personaggio eclettico, versato tanto nella sapienza del suo tempo, quanto in quella dei cristiani. Questa sua padronanza di molteplici culture sollecitò Africano a realizzare una sintesi armonica, secondo l’atmosfera e le inclinazioni dell’età dei Severi. Negli anni del principato di Caracalla ed Eliogabalo, Africano compose la prima cronaca universale cristiana, Chronographiae in cinque libri, terminata e pubblicata nel 221 d.C., terzo anno dell’imperatore Eliogabalo. Poco sappiamo della formazione e dell’educazione di Africano, ma in un passo di un’altra opera scritta alla corte di Severo Alessandro, i Cesti, il nostro autore rivendica la sua appartenenza alla colonia Aelia (Iul. Africanus, Cesti fr. 10.50-51 dal P.Oxy 412; opera composta intorno al 230). Sappiamo, poi, che viaggiò molto, trattenendosi a studiare alla corte di Edessa (Iul. Africanus, Chron. T88) e ad Alessandria (Iul. Africanus, Chron. fr. 98). Insieme a questa tensione ‘cosmopolita’ del personaggio, un tratto distintivo della sua opera come intellettuale e come servitore della dinastia severiana fu l’orgoglio di appartenere a Roma e di essere cittadino romano[1].

 

 

1. – L’identità romana della colonia Aelia Capitolina

 

Non v’è dubbio che a sviluppare questi sentimenti di orgogliosa appartenenza all’impero romano contribuì la sua origine da Aelia Capitolina. Nei territori del Vicino Oriente romano, Aelia è una città speciale. Una città che rappresenta il simbolo più evidente della volontà romana di annichilire lo spirito di ribellione di un popolo ostinato nella sua resistenza a Roma. Per gli Ebrei, Gerusalemme, città santa, era il centro dell’identità religiosa e politica. Nella prima grande rivolta del 66-70 l’espugnazione della città e la distruzione del tempio avevano sancito la fine della guerra e la vittoria dei Romani sui ribelli. Con una misura di pragmatismo militare e di forte valore simbolico, la decima legione Fretensis fu insediata nella città per scoraggiare ogni nuova velleità di opposizione. Poi, nel 130, l’imperatore Adriano decise che l’orgoglio ebraico venisse umiliato senza riguardo. Secondo la testimonianza di fonti autorevoli come Cassio Dione (59.12.1-2), Gerusalemme fu distrutta, negli spazi e nella memoria stessa dei contemporanei e dei posteri. Una damnatio senza appello per la città simbolo di un popolo odiato. Al suo posto sorse una città romana, profondamente legata – già nel nome – alla più antica tradizione e alla celebrazione del potere imperiale: Aelia Capitolina; una colonia romana che doveva mostrare a tutti la potenza dell’impero. Non è un caso che perfino la composizione della popolazione di Aelia fosse uno specchio della complessità del mondo romano. Le fonti, confermate dai ritrovamenti archeologici, indicano che Aelia Capitolina era una base militare, sede della legione Fretensis, dove soldati e veterani congedati convivevano con i nuovi abitanti. Per ordine imperiale, infatti, gli Ebrei vennero scacciati; fu loro perfino interdetto di entrare in città. Al loro posto, convivevano con i soldati romani nuovi abitanti trapiantati nella colonia. Le fonti parlano di gruppi di Hellenes, dunque genti di cultura greco-ellenistica, abituati alla vita della polis (Io. Zonaras 11.23; Io. Malalas 11.17; Chronicon Paschale, 474). La nuova composizione etnica di Aelia Capitolina doveva rispecchiare l’armonica simbiosi tra cultura romana e cultura ellenistica che è caratteristica della stagione degli Antonini. Anche nello spazio e nelle istituzioni Aelia era una città romana: al posto del tempio ebraico vennero costruiti templi pagani – per Giove, per la triade capitolina, e per altre divinità – un foro, un teatro; e la comunità si organizzò secondo le istituzioni tipiche delle colonie romane. La storia della sua fondazione, la presenza di forze legionarie al suo interno, la stessa composizione della sua popolazione fecero ben presto di Aelia Capitolina uno dei centri dell’identità romana nelle province d’Oriente[2].

 

 

2. – Giulio Africano: cittadino romano e cristiano

 

Questa atmosfera e questo contesto culturale spiegano l’atteggiamento legittimista che segna – dal poco che noi sappiamo – l’esistenza e l’attività di Giulio Africano; e consentono pure di interpretare meglio il suo cristianesimo. È difficile dare una definizione univoca dei cristiani nell’età dei Severi. Esistono diverse forme di cristianesimo tra Oriente e Occidente. Il cittadino romano Giulio Africano appartiene a quei cristiani che cercano una conciliazione con l’impero romano. L’impianto stesso delle Chronographiae conferma questa visione. Africano costruisce la prima storia universale cristiana esaltando il sincronismo fondamentale tra l’Epifania del Cristo e la conquista dell’egemonia mondiale da parte di Roma sotto Augusto[3].

In un passo volto a dimostrare che l’unica tradizione storiografica capace di eguagliare per rigore e attendibilità la storiografia greco-ellenistica è quella ebraica, Africano mette a confronto il computo cronologico dei diversi popoli non greci; dopo aver segnalato le esagerazioni di Egiziani, Fenici e Caldei, afferma (Iul. Africanus, Chron. fr. 15.9-14 Wallraff-Roberto):

 

ἐκ τούτων γὰρ Ἰουδαῖοι τὸ ἀνέκαθεν γεγονότες ἀπὸ Ἀβραὰμ ἀρξάμενοι ἀτυφότερόν τε καὶ ἀνθρωπίνως μετὰ τοῦ ἀληθοῦς διὰ τοῦ Μωυσέως πνεύματος διδαχθέντες, ἔκ τε τῶν λοιπῶν Ἑβραϊκῶν ἱστοριῶν, ἀριθμὸν ἐτῶν πεντακισχιλίων πεντακοσίων εἰς τὴν ἐπιφάνειαν τοῦ Σωτηρίου Λόγου τὴν ἐπὶ τῆς μοναρχίας τῶν Καισάρων κηρυσσομένην παραδεδώκασιν.

 

«Gli Ebrei, che traggono origine dai Caldei attraverso Abramo, istruiti senza superbia, secondo l’umana misura e con verità dallo spirito di Mosè, e dalle altre storie ebraiche, hanno tramandato un numero di 5500 anni fino alla Epifania del Logos salvatore, annunciata sotto la monarchia dei Cesari».

 

L’importanza del brano è chiara. In primo luogo, come altrove nell’opera, Africano rivendica per la tradizione ebraica – cioè per le Sacre Scritture – il rango di ἱστορία. L’affermazione è fondamentale per comprendere l’utilità della Bibbia nel risolvere, ad esempio, le aporie della ricostruzione delle origini da parte dei Greci. Ancora Censorino, in anni vicini a Giulio Africano, riprende un passo di Varrone nel suo De die Natali (21.1-2; l’opera è del 238), lamentando l’esistenza di un adelos chronos alle origini della storia, non ricostruibile secondo le conoscenze della tradizione greca e romana[4].

Dal punto di vista del giudizio storico, attraverso questo e altri passi delle sue Chronographiae, Giulio Africano concilia il compimento delle profezie del Vecchio Testamento, in particolare la profezia di Daniele, con quanto affermato nel Nuovo Testamento; ad esempio, con Luca 2.1, dove evidente è il sincronismo tra Augusto e Cristo. Questa conciliazione trova espressione anche in Paolo, Epistola ai Romani 13, senza dubbio con particolare attenzione al punto di vista politico e culturale; e poi nelle riflessioni di Melitone di Sardi che, nel passo conservato da Eusebio di Cesarea (Hist. Eccl. 4.26.7-8), rappresenta una delle più significative testimonianze della cosiddetta Augustustheologie, la formulazione in chiave provvidenziale cristiana dell’ascesa al potere di Augusto:

 

Ἡ γὰρ καθ᾽ ἡμᾶς φιλοσοφία πρότερον μὲν ἐν βαρβάροις ἤκμασεν, ἐπανθήσασα δὲ τοῖς σοῖς ἔθνεσιν κατὰ τὴν Αὐγούστου τοῦ σοῦ προγόνου μεγάλην ἀρχήν, ἐγενήθη μάλιστα τῇ σῇ βασιλείᾳ αἴσιον ἀγαθόν. ἔκτοτε γὰρ εἰς μέγα καὶ λαμπρὸν τὸ Ῥωμαίων ηὐξήθη κράτος· οὗ σὺ διάδοχος εὐκταῖος γέγονάς τε καὶ ἔσῃ μετὰ τοῦ παιδός, φυλάσσων τῆς βασιλείας τὴν σύντροφον καὶ συναρξαμένην Αὐγούστῳ φιλοσοφίαν, ἣν καὶ οἱ πρόγονοί σου πρὸς ταῖς ἄλλαις θρῃσκείαις ἐτίμησαν, καὶ τοῦτο μέγιστον τεκμήριον τοῦ πρὸς ἀγαθοῦ τὸν καθ᾽ἡμᾶς λόγον συνακμάσαι τῇ καλῶς ἀρξαμένῃ βασιλείᾳ, ἐκ τοῦ μηδὲν φαῦλον ἀπὸ τῆς Αὐγούστου ἀρχῆς ἀπαντῆσαι, ἀλλὰ τοὐναντίον ἅπαντα λαμπρὰ καὶ ἔνδοξα κατὰ τὰς πάντων εὐχάς ...

 

«La nostra filosofia si affermò dapprima fra i barbari; e fiorendo nelle tue nazioni durante il grande regno di Augusto, tuo avo, è divenuta bene propizio soprattutto per il tuo regno. Da quel momento, infatti il potere dei Romani è divenuto sempre più grande e illustre; di questo tu sei stato e sarai, insieme con tuo figlio, invocato successore, tutelando la dottrina che ha nutrito l’impero, che ebbe origine sotto Augusto e che anche i tuoi avi venerarono accanto alle altre religioni. (8) Questa è una grandissima prova del fatto che la nostra dottrina fiorì con l’impero ben governato, ed ha avuto un felice inizio con Augusto, che non ordì nessun complotto contro di essa, ma al contrario le concesse un completo periodo di splendore e di fama, come richiedevano le preghiere di tutti»[5].

 

Africano è sulla linea di Melitone. Nella sua visione, fondata sui sincronismi, la coincidenza tra Epifania del Cristo e Monarchia dei Cesari è un sincronismo epocale che consente di spiegare il passaggio dell’egemonia mondiale ai Romani – translatio imperii – secondo un piano provvidenziale divino. Ad Augusto era destinato il compito di pacificare il mondo, sottomettendolo completamente, per consentire l’epifania del Cristo e la successiva diffusione del suo vangelo. In questo modo, secondo la sua prospettiva di abitante di Aelia Capitolina, Africano è in grado di conciliare universalismo cristiano e universalismo romano, tanto più attuale e sviluppato nell’età dei Severi[6].

 

 

3. – I fondamenti dell’ecumenismo: unità del genere umano e origine della civiltà

 

Tra i molti altri segnali di piena sintonia con lo spirito del suo tempo, le Chronographiae di Africano affrontano anche il tema della diffusione del sapere e della civiltà da Oriente verso Occidente. È una sorta di translatio studii – appunto diffusione del sapere – che si sovrappone all’idea della translatio imperii – successione delle egemonie mondiali – ma fonda la sua spiegazione, ancora una volta, nella visione religiosa di Africano. Un presupposto fondamentale della riflessione storica e culturale di Africano, che si appoggia su una sintesi della sapienza biblica e della tradizione ellenistico-romana, è l’unità del genere umano. In particolare, rileggendo i libri delle Sacre Scritture, Africano ritiene che attraverso Adamo, e poi, attraverso i discendenti di Noè, tutti gli uomini abbiano un’origine comune. Rispetto a questa visione, che deriva dalla sua fede religiosa, il cristiano Africano condivide pure l’idea di una diffusione della sapienza e della civiltà che parte dall’Oriente e, attraverso la mediazione dell’Egitto, si sposta in Occidente. Si tratta, nel complesso, di una rappresentazione della translatio studii che esalta il ruolo degli Orientali nella storia culturale dell’umanità. E, d’altra parte, l’influenza crescente degli abitanti delle province orientali dell’impero è un aspetto molto significativo per ricostruire la temperie della società tardo-severiana. Nell’epoca di Eliogabalo e Severo Alessandro, infatti, aumenta il numero di Orientali che assumono cariche di rilievo nell’amministrazione e nel governo. Africano, che visse alcuni anni alla corte di Severo Alessandro, è tra questi: ricoprì infatti una carica al servizio dell’imperatore. D’altra parte, è bene ricordare che gli stessi principi della seconda fase della dinastia severiana venivano dalla Siria[7].

 

 

4. – Da Atene a Gerusalemme: contro il primato culturale dei Greci

 

È interessante notare che questa visione comporta necessariamente una svalutazione del primato della cultura greca nel mondo antico; in particolare, del primato di Atene. In un passo molto significativo relativo all’esodo, Africano spiega secondo questa visione il sincronismo tra il diluvio di Ogigo in Attica e le piaghe in Egitto. Quando, infatti, all’epoca di Mosè e prima dell’Esodo l’Egitto fu colpito dalla punizione divina, anche gli Ateniesi subirono il cataclisma. Afferma Africano (Iul. Africanus, Chron. fr. 34.95-102):

 

Οὐκοῦν τῶν ,α καὶ κ´ ἐτῶν τῶν μέχρι πρώτης Ὀλυμπιάδος ἀπὸ Μωυσέως τε καὶ ᾽Ωγύγου ἐκκειμένων, πρώτῳ μὲν ἔτει τὸ Πάσχα καὶ τῶν Ἑβραίων ἔξοδος ἡ ἀπ᾽ Αἰγύπτου. ἐν δὲ τῇ Ἀττικῇ ὁ ἐπὶ Ὠγύγου γίνεται κατακλυσμός, καὶ κατὰ λόγον. Τῶν γὰρ Αἰγυπτίων ὀργῇ θεοῦ χαλάζαις τε καὶ χειμῶσι μαστιζομένων εἰκὸς ἦν μέρη τινὰ συμπάσχειν τῆς γῆς˙ ἔτι τε Ἀθηναίους τῶν αὐτῶν Αἰγυπτίοις ἀπολαύειν εἰκὸς ἦν ἀποίκους ἐκείνων ὑπονοουμένους, ὥς φασιν ἄλλοι τε καὶ ἐν τῷ Τρικαράνῳ Θεόπομπος.

 

«Perciò nel primo anno dei 1020 che si trovano tra Mosè ed Ogigo e la prima Olimpiade, avvennero la Pasqua e l’esodo degli Ebrei dall’Egitto, e in Attica si verificò il diluvio di Ogigo. E questo avvenne secondo logica, dal momento che infatti, allorché gli Egizi erano colpiti dall’ira del Signore con grandine e tempeste, era pure naturale che talune altre parti della terra soffrissero una simile sorte. Ed ancora, era naturale che gli Ateniesi avessero parte della stessa sorte toccata agli Egizi, dal momento che essi sono considerati loro coloni, come racconta, insieme ad altri, anche Teopompo nel Trikaranos».

 

Evidentemente Africano interviene sul dibattito che per secoli – con una significativa testimonianza già nel Timeo di Platone (c. 21) – attraversa la cultura greco-ellenistica; e si schiera dalla parte di coloro che consideravano Atene una colonia egiziana della città di Sais, ribaltando in questo modo la concezione di superiorità culturale dei Greci sul resto del mondo. Questa polemica con l’Attidografia, che torna anche in altri passi delle Chronographiae, si estende, in realtà, alla considerazione della capacità dei Greci di risalire indietro alle origini della loro storia[8].

Per Africano, e per gli intellettuali della sua epoca, maggiore antichità significava superiorità culturale. Non è questo il caso dei Greci. Proprio nello studio del sincronismo come strumento per comprendere le coincidenze tra diverse tradizioni storiche, Africano afferma che i Greci non sono in grado di ricostruire il loro passato in concordia e con attendibilità per gli eventi anteriori al primo anno della prima Olimpiade (Iul. Africanus, Chron. fr. 34.1-11):

 

Μέχρι μὲν τῶν Ὀλυμπιάδων οὐδὲν ἀκριβὲς ἱστόρηται τοῖς Ἕλλησι, πάντων συγκεχυμένων καὶ κατὰ μηδὲν αὑτοῖς τῶν πρὸ τοῦ συμφωνούντων· αἱ δὲ ἠκρίβωνται πολλοῖς, τῷ μὴ ἐκ πλείστου διαστήματος, διὰ τετραετίας δὲ τὰς ἀναγραφὰς αὐτῶν ποιεῖσθαι τοὺς Ἕλληνας. οὗ δὴ χάριν τὰς ἐνδοξοτάτας καὶ μυθώδεις ἐπιλεξάμενος ἱστορίας μέχρι τῆς πρώτης Ὀλυμπιάδος ἐπιδραμοῦμαι· τὰς δὲ μετὰ ταῦτα συζεύξας κατὰ χρόνον ἑκάστας, εἴ τινες ἐπίσημοι, ταῖς Ἑλληνικαῖς τὰς Ἑβραϊκάς, ἐξιστορῶν μὲν τὰ Ἑβραίων, ἐφαπτόμενος δὲ τῶν Ἑλληνικῶν, ἐφαρμόσω τόνδε τὸν τρόπον· λαβόμενος μιᾶς πράξεως Ἑβραϊκῆς ὁμοχρόνου πράξει ὑφ᾽ Ἑλλήνων ἱστορηθείσῃ καὶ ταύτης ἐχόμενος ἀφαιρῶν τε καὶ προστιθεὶς τίς τε Ἕλλην ἢ Πέρσης ἢ καὶ ὁστισοῦν τῇ Ἑβραίων συνεχρόνισεν ἐπισημειούμενος, ἴσως ἂν τοῦ σκοποῦ τύχοιμι.

 

«Fino dunque alle Olimpiadi nulla è stato descritto dai Greci con accuratezza nelle loro narrazioni di storia, dal momento che ogni racconto appare confuso, e non v’è alcuna armonia tra loro prima di esse. Le Olimpiadi invece sono state riportate accuratamente da molti, dal momento che i Greci registrano queste non a grande distanza di tempo, ma ogni quattro anni. Ecco perché, selezionando le più celebri, tratterò pure le storie mitiche dei Greci fino alla prima Olimpiade. Per quanto riguarda le narrazioni posteriori alla prima Olimpiade, combinando insieme ciascuna secondo l’ordine cronologico (almeno nel caso delle più celebri), le vicende degli Ebrei con quelle dei Greci, esporrò nella mia narrazione storica le vicende degli Ebrei facendo degli accenni a quelle dei Greci, e cercherò di unirle in armonia nel modo seguente. Nel prendere in considerazione una singola vicenda della storia ebraica sincronica a una vicenda narrata dai Greci, attenendomi a tale vicenda, toglierò e aggiungerò; e ancora, segnalerò chi, vuoi Greco o Persiano o di qualsivoglia altra stirpe, sia vissuto in sincronia con la vicenda degli Ebrei, e probabilmente raggiungerò il mio scopo».

 

Come nel brano che contiene il sincronismo epocale tra Epifania del Cristo e ascesa di Augusto al potere, così in questo passo sul sincronismo come strumento di analisi storica comparata, necessario a una costruzione di respiro universale, emerge un dato fondamentale. La storiografia degli Ebrei – la Bibbia è considerata hebraikai istoriai – è l’unica che possiede gli stessi caratteri della storiografia dei Greci; e tuttavia, è superiore alla storiografia dei Greci perché capace di risalire, attraverso il computo cronologico, fino alle origini dell’umanità; ossia, in una visione ebraica e cristiana, la creazione di Adamo. In questo modo, Africano afferma la superiorità della cultura ebraica su quella greca, perché più antica; e perché capace di conservare memoria storica della sua antichità. E il cerchio, nella prospettiva di questo cittadino romano di Aelia Capitolina, si chiude nel segno dell’esaltazione della cultura ebraica, e delle altre culture d’Oriente, nel più generale contesto della dimensione multiculturale ed ecumenica dell’impero romano. Africano recupera in questo modo la dimensione dell’antica Gerusalemme, superiore ad Atene e capace, attraverso l’interpretazione della rivelazione cristiana, di spiegare la missione di Roma nella storia[9].

 

 



 

[Un evento culturale, in quanto ampiamente pubblicizzato in precedenza, rende impossibile qualsiasi valutazione veramente anonima dei contributi ivi presentati. Per questa ragione, gli scritti di questa parte della sezione “Memorie” sono stati valutati “in chiaro” dal Comitato promotore del XXXVI Seminario internazionale di studi storici “Da Roma alla Terza Roma” (organizzato dall’Unità di ricerca ‘Giorgio La Pira’ del CNR e dall’Istituto di Storia Russa dell’Accademia delle Scienze di Russia, con la collaborazione della ‘Sapienza’ Università di Roma, sul tema: MIGRAZIONI, IMPERO E CITTÀ DA ROMA A COSTANTINOPOLI A MOSCA) e dalla direzione di Diritto @ Storia]

 

[1] Per i frammenti delle Chronographiae di Africano cfr. M. Wallraff-U. Roberto-K. Pinggéra, Iulius Africanus, Chronographiae, with translation by W. Adler, Berlin-New York 2007; per i frammenti dell’altra sua opera cfr. M. Wallraff-C. Scardino-L. Mecella-Chr. Guignard, Iulius Africanus. Cesti. The extant Fragments, transl. by W. Adler, Berlin-Boston 2012. Più in generale su Africano cfr. W. Adler, Sextus Iulius Africanus and the Roman Near East in the Third Century, in The Journal of Theological Studies 55, 2004, 520-550; U. Roberto, Le Chronographiae di Sesto Giulio Africano. Storiografia, politica e cristianesimo nell’età dei Severi, Soveria Mannelli 2011.

[2] Cfr. B. Isaac, Roman Colonies in Judaea: the Foundation of Aelia Capitolina (1980-1981), in Id., The Near East under Roman Rule: Selected Papers, Leiden 1998, 87-111; L. Di Segni, Epiphanius and the Date of Foundation of Aelia Capitolina, in Liber Annuus 64, 2014, 441-451.

[3] U. Roberto, Le Chronographiae, cit., 120-123. Sul cristianesimo di Africano e il suo atteggiamento verso la cultura pagana cfr. W. Adler, The Cesti and Sophistic culture in the Severan Age, in Die Kestoi des Julius Africanus und ihre Überlieferung, hrsg. v. M. Wallraff-L. Mecella, Berlin 2009, 1-15. Con particolare riferimento alla mancanza nei Cesti ad ogni riferimento alla sapienza ebraica o cristiana cfr. C. Scardino, Iulius Africanus ein Uomo universale des 3. JH. n. Chr. Die Kestoi und Ihre Rezeption, in Rivista di filologia e di istruzione classica 143, 2015, 93-122. In età tardoantica, dopo l’epoca teodosiana, il sincronismo culmina nell’iperbolica affermazione di Cristo nato come cittadino romano in Orosius 6.22.5-8; cfr. P. van Nuffelen, Orosius and the Rhetoric of History, Oxford 2012, 194-197. Il ruolo di Augusto, come imperatore scelto dalla provvidenza divina per consentire la diffusione del cristianesimo porta a una idealizzazione del principe che culmina in età tardoantica; cfr. I. Opelt, Augustustheologie und Augustustypologie, in Jahrbuch für Antike und Christentum 4, 1961, 44-57; F. Conca, Augusto nella storiografia bizantina, in Paideia 67, 2012, 91-105; L. Mecella, ἦν γὰρ μυστικὸς ἀρχιερεὺς καὶ βασιλεύς: Giovanni Malala e il ruolo del principato augusteo nella storia universale, in Paideia 68, 2012, 349-374.

[4] Il passo di Varrone conservato da Censorino proviene dall’opera De gente populi Romani composto intorno al 43 d.C. Sulla questione: U. Roberto, Le Chronographiae, cit., 67-106. Sul tema dell’adelos chronos cfr. W. Adler, Time immemorial. Archaic History and its sources in Christian Chronography from Iulius Africanus to George Syncellus, Washington D.C. 1989. Sulla riflessione di storia universale cristiana prima di Africano cfr. M. Wallraff, The Beginnings of Christian Universal History from Tatian to Julius Africanus, in Zeitschrift für antikes Christentum 14, 2010, 540-555. La tradizione cronografica tardo-ellenistica non riuscì a risolvere la questione delle origini: cfr. al riguardo L. Mecella, La Χρονικὴ Ἱστορία di Dexippo e la fine della cronografia pagana, in L. Mecella-U. Roberto (a cura di), Dalla Storiografia ellenistica alla storiografia tardoantica. Aspetti, problemi, prospettive, Soveria Mannelli 2010, 147-178.

[5] Per il testo cfr. Eusèbe de Césarée, Histoire ecclésiastique, Livres I-IV, texte grec, traduction et annotation par G. Bardy, Paris 1952. Sul rapporto tra cristiani e impero romano: E. Petersen, Der Monotheismus als politisches Problem. Ein Beitrag zur Geschichte der politischen Theologie im Imperium Romanum, Leipzig 1935; R. Klein, Das Bild des Augustus in der frühchristlichen Literatur, in Rom und das himmlische Jerusalem. Die frühen Christen zwischen Anpassung und Ablehnung, hrsg. von R. von Haehling, Darmstadt 2000, 205-236; M. Rizzi, L’atteggiamento dei cristiani di fronte all’impero romano prima di Costantino, in Costantino il Grande alle radici dell’Europa, Roma 2014, 65-77.

[6] Sul documento più suggestivo dell’universalismo di età severiana cfr. G. Zecchini, La Constitutio Antoniniana e l’universalismo politico di Roma, in L’ecumenismo politico nella coscienza dell’Occidente, Atti del Convegno di Studi, Bergamo, 18-21 settembre 1995, a cura di L. Aigner Foresti, A. Barzanò, C. Bearzot, L. Prandi, G. Zecchini, Roma 1998, 349-358; e, più recentemente, A. Imrie, The Antonine Constitution. An Edict for the Caracallan Empire, Leiden-Boston 2018.

[7] Sul tema, con particolare attenzione al ruolo dell’Egitto, cfr. recentemente U. Roberto, Translatio studii et imperii. Diodoro, Africano e Giovanni Malala sul ruolo dell’Egitto nella storia universale, in De imperiis. L’idea di impero universale e la successione degli imperi nell’antichità, a cura di L.R. Cresci, F. Gazzano, Roma 2018, 217-261. Per il ruolo degli Orientali nella società di età severiana cfr. M. Mazza, Un uomo forte al potere: il regno di Settimio Severo, in Storia della società italiana, Milano 1996, vol. 3, 211-260, partic. 247-248. In generale per il dibattito culturale sul ruolo dell’Oriente nell’età severiana cfr., in generale, i saggi in S. Swain, St. Harrison, J. Elsner (eds.), Severan culture, Cambridge 2007; per l’attività di Flavio Filostrato cfr. in generale E. Bradshaw Aitken, J.K. Berenson Maclean (ed. by), Philostratus’ Heroikos. Religion and Cultural Identity in the Third Century C.E., Leiden 2004.

[8] Cfr. sul tema: U. Roberto, Atene colonia egiziana. Considerazioni sopra una tradizione storiografica tra ellenismo e tarda antichità, in L. Mecella-U. Roberto (a cura di), Dalla Storiografia ellenistica alla storiografia tardoantica. Aspetti, problemi, prospettive, Soveria Mannelli 2010, 117-146.

[9] Anche in questa rivalutazione delle culture dell’Oriente rispetto alla cultura dominante greco-romana, Africano si mostra in piena sintonia con un carattere determinante del cristianesimo di terzo secolo: soprattutto nelle province orientali, ma anche in Egitto, il cristianesimo diviene strumento per la “rinascita” delle culture locali che, attraverso la traduzione e lo studio delle Sacre Scritture, assumono perfino dignità letteraria. È il fenomeno che S. Mazzarino ha definito “democratizzazione della cultura antica”; Africano, a livello della storia universale cristiana, è un importante interprete del fenomeno. Cfr. S. Mazzarino, La democratizzazione della cultura nel ‘basso impero’, in Rapports du XIe Congrès International des Sciences Historiques, Stockholm 1960 = Id., Antico, tardoantico ed èra costantiniana, I, Bari 1974, 74-98; e M. Mazza, Lotte sociali e restaurazione autoritaria nel III secolo d.C., 2a ed., Roma-Bari 1973, 465-500. Più recentemente Cfr. i saggi in J.M. Carrié (éd.), La ‘démocratisation de la culture’ dans l’Antiquité tardive. Atti del Convegno (Vercelli 14-15 giugno 2000), in Antiquité Tardive 9, 2001.